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tante splendide immaginide Roma de 'na vorta e dell'Ottocento.
Il programma e le locandine degli spettacoli che Roma Nostra organizza.
Detti, proverbi antichi e sonetti di Gioacchino Belli in pergamena.
e poi si potranno chiedere informazioni e saperne di più sul laboratorio di Teatro Sociale delle "Innocenti Evasioni", ma anche scambiare opinioni, organizzare attività insieme, incentrate sulla nostra tradizione culturale e sui nostri artisti di tutti i tempi, PERCHE' NOI AMIAMO ROMA E VIVIAMO DI ROMANITA'
Curiosità
LA CONGREGA DEGLI ARGUTI
Forse non tutti sanno che a Roma ci sono sei statue, che hanno una particolare tradizione in base alla quale vengono definite parlanti. La più celebre è quella di Pasquino, sulla quale per secoli sono stati affissi da oscure mani, dei fogli in cui si raccontavano al popolo i misfatti del governo, del Papa , dei nobili e via dicendo. Le altre cinque statue sono: il Facchino, l’Abate Luigi, Madama Lucrezia, il Babuino e Martorio . Ovviamente anche queste altre statue hanno avuto in un certo modo la stessa funzione di Pasquino, quindi per questo motivo, nella nostra tradizione, sono state associate e denominate la Congrega degli Arguti . Ma andiamo a conoscerle meglio.
Pasquino è la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città fra il XVI ed il XIX secolo.
Ai piedi della statua, ma più spesso al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, dirette a pungere anonimamente i personaggi pubblici più importanti. Erano le cosiddette "pasquinate", dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l'avversione alla corruzione ed all'arroganza dei suoi rappresentanti.
Marforio è una delle sei statue parlanti di Roma, forse la più nota dopo Pasquino.
È una enorme scultura marmorea di epoca romana, risalente al I secolo, raffigurante forse il dio Nettuno, l’Oceano o il Tevere<.
Fu rinvenuta nel Foro di Augusto, presso il tempio di Marte Ultore, nell’area poi denominata Foro di Marte, da cui è probabile provenga il nome, per deformazione dal nome latino del luogo; una seconda ipotesi fa derivare la denominazione dal nome di una famiglia Marioli o Marfuoli che aveva una proprietà nei pressi del Carcere Mamertino, sempre nella zona dei Fori, dove la statua sarebbe rimasta fino al 1588. Da lì fu spostata, per volere del papa Sisto V, prima sulla piazza di S. Marco e poi sulla piazza del Campidoglio, sul lato del muro dell’Aracoeli, ad ornamento di una fontana progettata da Giacomo Della PortaPiù delle altre cinque statue è il protagonista di numerosi dialoghi a distanza con Pasquino (una sorta di botta e risposta su problemi sociali e politici): le pasquinate, finalizzate a colpire anche pesantemente e sempre in modo anonimo i personaggi pubblici più in vista nella Roma del e XV secolo.
Il Facchino è una delle sei statue parlanti di Roma.
Posta originariamente in via del Corso, sulla facciata principale del Palazzo del Banco di Roma, nei pressi di piazza Venezia, nel 1874 fu spostata nella posizione attuale, sulla facciata laterale dello stesso palazzo, in via Lata.Rappresenta una figura maschile, con il viso quasi completamente rovinato, mentre versa acqua da una botte. È la più giovane delle statue parlanti, risalendo infatti al 1580, anno in cui Jacopo Del Conte la realizzò su incarico della Corporazione degli Acquaroli (ma ilVanvitelli, nel 1751, la attribuisce addirittura a Michelangelo). Rappresenta infatti un “acquarolo”, quella figura che, fino a quando, alla fine del ‘500, i pontefici ripristinarono gli acquedotti, prendeva l’acqua dalle fontane pubbliche e la rivendeva porta a porta.La foggia dell’abito ed un’epigrafe scomparsa in occasione dell’ultimo trasferimento a via Lata, riconduce però alla corporazione dei facchini, da cui avrebbe quindi preso il nome. L’attribuzione non sembra però corretta, benché l’epigrafe dedicatoria, in latino, recitasse: ”Ad Abbondio Rizio, coronato [facchino] sul pubblico selciato, valentissimo nel legar fardelli. Portò quanto peso volle, visse quanto poté; ma un giorno, portando un barile di vino in spalla e dentro il corpo, contro la sua volontà morì.”Come le altre cinque è stata la “voce” di diverse pasquinate, le violente e spesso irriverenti satire indirizzate a colpire anche pesantemente e sempre in modo anonimo i personaggi pubblici più in vista a Roma.
Il Babuino è un'antica statua raffigurante un Sileno talmente brutto da somigliare ad una scimmia. Per questa ragione molti secoli fa gli fu dato il soprannome che ancora porta e che dà il nome alla strada che unisce Piazza del Popolo a Piazza di Spagna. Ironia della sorte, fu scelto dai romani come statua parlante, vale a dire depositaria dei messaggi satirici con cui venivano presi in giro i potenti soprattutto ai tempi del Papa Re. Ed è proprio per questa curiosa contraddizione, essendo contemporaneamente vittima e carnefice, che l'autore ha scelto "Er Babuino" come pseudonimo, nonostante si trattasse di una statua parlante minore rispetto, per esempio, alla molto più famosa Pasquino.
Madama Lucrezia (in romanesco Madama Lugrezzia), è una delle sei statue parlanti di Roma, l’unica rappresentante femminile della cosiddetta “Congrega degli Arguti”. Si tratta di un colossale busto di epoca romana, alto circa 3 metri, attualmente posto su un basamento all’angolo tra il Palazzetto Venezia e la chiesa di S. Marco, nell’omonima piazza. Come per le altre statue, non si è potuta assegnare una identificazione certa, e le ipotesi sul personaggio raffigurato sono molteplici: la più accreditata sembra essere la dea Iside (o una sua sacerdotessa) perché il nodo della veste sul petto è una caratteristica che ricondurrebbe a quel culto. Come le altre cinque è stata la “voce” di diverse pasquinate (poche, in realtà), le violente e spesso irriverenti satire indirizzate a colpire anche pesantemente e sempre in modo anonimo i personaggi pubblici più in vista nella Roma del XIV e XV secolo. Se ne ricordano in particolare due: la prima quando, nel 1591, papa Gregorio XIV, ormai in fin di vita, si fece trasferire al Palazzetto Venezia, sperando (grazie anche alla presenza di un alto steccato che attutiva i rumori della città) in un miglioramento che invece non ci fu, e Lucrezia sentenziò che La morte entrò attraverso i cancelli. L’altra durante la Repubblica Romana del 1799, quando il popolo romano in rivolta precipitò a terra il suo busto, apparve sulle spalle la scritta Non ne posso veder più.
L’Abate Luigi (o, con accento romanesco, Abbate Luiggi), è una delle sei statue parlanti di Roma.Dal 1924 si trova di nuovo in piazza Vidoni, sul muro laterale della Basilica di Sant'Andrea della Valle; tale collocazione è quella originaria, poiché la statua fu rinvenuta nelle fondamenta di Palazzo Vidoni, nell’area del Teatro di Pompeo. Nel corso del tempo è stata comunque trasferita alcune volte.E’ una scultura di epoca tardo-romana, raffigurante probabilmente un alto magistrato. In mancanza di una precisa identificazione, il nomignolo gli è stato assegnato dalla fantasia popolare che, con la solita arguzia, trovava il personaggio particolarmente somigliante al sagrestano della vicina chiesa del Sudario, conosciuto appunto con quel nome. Come le altre cinque è stata la “voce” di diverse pasquinate, le violente e spesso irriverenti satire indirizzate a colpire anche pesantemente e sempre in modo anonimo i personaggi pubblici più in vista nella Roma del XV secolo. Di questa sua caratteristica loquacità letteraria è testimonianza l’iscrizione che si trova sulla base della statua:
FUI DELL’ANTICA ROMA UN CITTADINO
ORA ABATE LUIGI OGNUN MI CHIAMA
CONQUISTAI CON MARFORIO E CON PASQUINO
NELLE SATIRE URBANE ETERNA FAMA
EBBI OFFESE, DISGRAZIE E SEPOLTURA
MA QUI VITA NOVELLA E ALFIN SICURA
Sulla sicurezza della vita novella l’epigrafe non sembra aver avuto ragione, poiché ha subito, anche di recente, diversi atti di vandalismo, orientati soprattutto all’asportazione della testa, che è stata più volte sostituita. È in occasione di una “decapitazione” del 1966 che la statua parlò l’ultima volta, con una pasquinata indirizzata all’ignoto vandalo (ma non solo a lui): O tu che m’arubbasti la capoccia vedi d’ariportalla immantinente sinnò, vòi véde? come fusse gnente me manneno ar Governo. E ciò me scoccia.
Il Marchese del Grillo
Tanto tempo fa a Roma, viveva un nobile ricco e viziato che per vincere la noia e farsi due risate, era disposto a tutto, anche a rovinare le persone: questo era il Marchese del Grillo (si, proprio il personaggio interpretato da Alberto Sordi nel celebre film dal titolo omonimo e che è veramente esistito nella Roma papalina).
Un quadro del 1745, di un noto pittore dell’ epoca, è stato dedicato a lui, bizzarro nobile, celebre per i suoi scherzi e le bravate, quindi pare che il personaggio reale sia antecedente all’ epoca in cui è contestualizzato quello del film.
Il marchese abitava in un grande palazzo vicino a Largo Argentina e nutriva un odio viscerale per gli ebrei che vedeva tutte le mattine passare sotto le sue finestre per andare al lavoro, (visto che un tempo il Ghetto apriva la mattina e chiudeva la sera) per cui i poveretti sono diventati le vittime preferite dei suoi scherzi. Il Marchese non esitava a lanciare dei sassi dalle sue finestre contro quei malcapitati e siccome aveva anche una buona mira, ogni giorno molti di loro rimanevano ammaccati. Per tentare di porre fine a tale supplizio, intervenne sul governo addirittura il rabbino capo ed il marchese fu convocato dal Papa, alla cui richiesta di smettere con questa turpe usanza, così rispose il nobile goliardo: -“ Padre santo io nun je la faccio , qualcosa jela devo tirà pe’ forza!”- Il Papa:-“Allora se proprio je devi tirà qualcosa tiraje la frutta- er Marchese: “La frutta… si, je tirerò la frutta”-.
La mattina seguente il marchese cominciò a tirare ai poveri giudei, delle grosse pigne e quando le vittime gli gridarono che il Papa aveva assicurato loro che non sarebbero stati più bersaglio, il Marchese rispose:-“No il Papa mi ha detto che potevo tirare solo della frutta, e questa frutta è, frutta de pino! “-
Il più celebre scherzo del marchese fu quello degli spilli, che la dice lunga sulla sua controversa personalità. Una volta il marchese, poiché si trovava in difficoltà economica per via del gioco, suo gravissimo vizio, si rivolse ad uno strozzino del Ghetto il quale acquistò dal marchese dei quadri di valore per una somma di gran lunga inferiore al loro valore. Il marchese dovette accettare per necessità ma cominciò a tramare la sua vendetta. Qualche anno dopo convocò l’usuraio nel suo palazzo con l’offerta di un affare vantaggioso ovvero gli propose di vendergli ogni singolo pezzo di una sua lussuosissima stanza per soli 2 bajocchi cadauno, e per rendere il tutto credibile stipulò il contratto con il giudeo in presenza di un notaio. .
l’ignara vittima accettò di corsa, poiché rivendendo tutti quegli splendidi mobili, quadri e via dicendo, pagati una sciocchezza, avrebbe guadagnato almeno dieci volte tanto. Ma ecco che nel mentre controllava ogni singolo pezzo con gli occhi pieni di gioia e facendo mentalmente i calcoli del profitto che ne avrebbe ricavato, scorse nel cassetto di un comò migliaia di spilli e a quel punto, assalito da un atroce dubbio chiese: Ma marchese, anche gli spilli valgono come pezzi? Certo – rispose l’altro - tutto me devi paga’, du’ bajocchi a pezzo… comincia a conta’! A quel punto lo strozzino scoprì che tutti i cassetti della stanza erano stracolmi di spilli per cui l’uomo cadde in preda alla disperazione mentre il marchese godeva della riuscita, aspirata e tremenda vendetta consumata ai danni di chi, fino ad allora, aveva basato la sua vita sullo sfruttamento della necessità e delle difficoltà altrui.
Ma la storia ebbe un seguito, infatti una sera un servitore avvertì il marchese che c’era una giovane e bella ragazza che voleva conferire urgentemente con lui. Il marchese la fece entrare e quando le chiese cosa volesse da lui ella si rivelò come la figlia dello strozzino che voleva pagare il debito del padre, distrutto e sull’orlo del suicidio, concedendosi al marchese e portando, in più, una dote di 1000 scudi. Nel mentre parlava si denudò scoprendo un corpo bellissimo ed i fluenti capelli le scendevano sul seno, fino ad appoggiarsi sulle sue rotondità.
A quel punto, in quel frangente in cui avrebbe potuto approfittare sia della situazione, sia del suo ceto, il marchese del Grillo mostrò tutta la sua vera nobiltà, non di nascita, ma d’animo, per cui non sfruttò la disperazione altrui per appagare dei bassi istinti. Il Marchese, infatti, invitò quella creatura così giovane, dolce, pura e disposta a sacrificarsi per salvare il padre a rivestirsi e a tornare dal genitore. Poi prese il contratto, lo bruciò e disse: Io nella mia vita nun vojo ave’ debbiti cò nissuno!
Tanti sono gli aneddoti su questo marchese appartenente ad una delle più potenti famiglie aristocratiche di Roma, la Casata del Grillo, ma per ragioni di praticità, ci limitiamo a ricordare che molti degli scherzi riportati nel succitato film sono molto simili a quelli tramandati, tra leggenda e verità, nella storia romana.
Sullo stemma della casata, il marchese del Grillo aveva fatto scrivere:
“ Il grillo del marchese sempre zompa. Chi zompa allegramente bene campa.”- .