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DALL' 8 Dicembre AL 6 GENNAIO STAND A PIAZZALE DEL CARAVAGGIO 

Roma Nostra allestisce stand in varie piazze e mercati di Roma, dove è possibile trovare:  

  • CD musicali con tante bellissime canzoni romane, interpretate dai più famosi artisti romani
  • DVD degli spettacoli inscenati al Teatro San Raffaele dalle "Innocenti Evasioni"  che come pochi, oramai oggigiorno, rappresentano una romanità pulita, senza volgarità, intrisa di poesia, musica, cultura, e allo stesso tempo divertente.
  • tante splendide immagini de Roma de 'na vorta e dell'Ottocento.
  • Il programma e le locandine degli spettacoli che Roma Nostra organizza.
  • Detti, proverbi antichi e sonetti di Gioacchino Belli in pergamena.

e poi si potranno chiedere informazioni e saperne di più sul laboratorio di Teatro Sociale delle "Innocenti Evasioni", ma anche scambiare opinioni, organizzare attività insieme, incentrate sulla nostra tradizione culturale e sui nostri artisti di tutti i tempi,
PERCHE' NOI AMIAMO ROMA E VIVIAMO DI ROMANITA'

Autori
Belli - Trilussa - Pascarella - Zanazzo
Giuseppe Gioachino Belli


Se camminando sul Lungotevere, girate ad un certo punto ed imboccate piazza Sonnino, incontrate un monumento che raffigura un uomo in abiti eleganti appoggiato ad un ponte, (Ponte dei Quattro Capi, cioè ponte Fabricio, il più antico ponte della antica Roma arrivato fino a noi, fatto più di 2000 anni fa). 



L’uomo che la statua raffigura è Giuseppe Giochino Belli, a sua volta un monumento della poesia romana ed italiana.
Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli è nato a Roma il 7 settembre e morto sempre a Roma il 21 dicembre 1863.
Mentre Manzoni a Milano scriveva i Promessi sposi, Belli, a Roma scriveva e descriveva il popolino della Roma pontificia del 1800. E parlando di monumenti, ecco cosa dice il Belli della sua immensa opera composta da più di 2.200 sonetti.
Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma.
In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, la credenza, i pregiudizi, le superstizioni, tutto ciò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.

Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo e questo io ricopio.
Io qui ritraggo le idee di una plebe ignorante, comunque in gran parte concettosa ed arguta, e le ritraggo, dirò, col concorso di un idiotismo continuo, di una favella tutta guasta e corrotta, di una lingua infine non italiana e neppur romana, ma romanesca.”

LA SETTIMANA SANTA - (G. G. Belli)

Tutti gli inglesi de piazza de Spagna
Nun hanno antro a che dì , si che :” piacere
È de sentì a Roma , er Miserere
Che gnissun isttrumento l’ accompagna! “

De fatti cazzo, nella Gran Bertagna
E in tutte l’antre cappelle furastiere
Chi sa ddì come a Roma in ste tre sere
“MISERERE MEI DEO SICUNDUM MAGNA” ?

Oggi sur magna ce so stati n’ora
E cantata acussi, sangue del’ua !
È na parola che innamora !

Prima l’ha detto ‘n musico, poi dua
Poi tre, poi quattro, e tutto er coro allora
J’ha dato ggiù ! “MISERICORDIA TUAM “!

Come si è potuto capire da questo famosissimo sonetto, che scivola tra la Magna Misericordia e il Magna Magna generale della chiesa di quel tempo, la satira tagliente di Gioacchino Belli non si fermava nemmeno davanti alla settimana santa che veniva celebrata in San Pietro davanti a innumerevoli pellegrini da tutto il mondo.
Ma all’epoca non tutti gli stranieri erano ben visti… stiamo cosa dice Giggi Zanazzo dei Francesi.
Li Francesi a Roma.
A Roma li Francesi ereno odiati a mmorte; e dda certi vecchi Regolanti, de vennétte contro li Francesi de Napoleone I e de Napoleone III n'ho intese ariccontà ttante da fa' orore.
Fra ll'antre, la notte, certi giuvinotti se vestiveno da donna, ciovettavano co' li sordati francesi, se li metteveno sotto er braccio, e ccor un sacco de smorfie, se li portaveno sotto fiume.
Arivati llì, je daveno una cortellatona in de la panza, j'attaccaveno un sasso ar collo e ll'affogaveno in der Tevere.
Cert'antre vorte li squartaveno, e ppoi ccusì a quarti, ce metteveno sopra un cartello cor un 3 o un 4, e ppoi l'attaccaveno fora de le porte de li macelli. Li Francesi, da parte loro, erano prepotenti; infastidiveno tutte le donne, magara quelle che staveno sotto ar braccio de li mariti; quanno s'imbriacàveno, nun voleveno pagà er conto a ll'osti, e intimoriveno tutti cor fa' li garganti e li ammazzasette.
Spesso veniveno a quistione co' ll'antri sordati der papa, speciarmente co' li dragoni, ch'ereno tutti romani, e cce pijaveno tante de quele méla, che nun ve ne dico.
Ogni tanto vedevio un sordato francese imbriaco, co' la sciabbola sfoderata, ggirà ppe' le strade de Roma, bbaccajanno e insurtanno chiunque incontrava.
Io me l'aricordo che accusì ffaceveno l'urtimi francesi arimasti a Roma fino guasi ar 1870.

E immancabilmente anche il Belli, ai francesi ha dedicato un sonetto…

CHE LINGUE CURIOSE!

Sta tu' Francia sarà una gran città,
Ma li francesi che nascheno lì
Hanno una certa gorgia de parlà
Che ssia 'mazzato chi li po' capì.

Là ttre e ttre nun fa sei, tre e ttre ffa ssì,
E quanno è robba tua, sette a ttuà.
Pe dì de sì, se burla er porco: :
E chi vò dì de no dice: nepà.

E m'aricordo de quer zor monzù
Che pprotenneva che dicenno a ssé,
Dicessi abbasta, nun ne vojo più.

E de quell'antro che me se maggnò,
'Na colazzione d'affogacce un Re,
E me ce disse poi che diggiunò ?!.

Di famiglia modesta e rimasto assai presto orfano di padre, il Belli dovette cambiare spesso d'impiego.
Grazie all'amico poeta Francesco Spada ebbe modo da un lato di iniziare la produzione poetica (inizialmente in lingua italiana e dall'altro di selezionare i contatti professionali, ricoprendo incarichi via via più importanti.
Sposò una donna di diversi anni più matura, recante una dote che gli permise di guardare con minori preoccupazioni alla vita pratica e di dedicare più tempo alla produzione poetica, che intanto prendeva forma tipica nella metrica del sonetto.

Il Belli fu segretario, e nel 1850 presidente, dall'Accademia Tiberina e in questa veste fu responsabile della censura artistica, e come tale si trovò a vietare la diffusione delle opere di William Shakespeare.
L'opera del Belli, rappresenta con felice sintesi la mentalità dei popolani della Città Eterna, lo spirito salace, disincantato, a tratti furbesco e sempre autocentrico della plebe, come egli stesso la individua, rendendo con vivezza una costante traduzione in termini ricercatamente incolti di tutte le principali tematiche della quotidianità del tempo.

ER MORO DE PIAZZA-NAVONA (25 agosto 1830)

Vedi là quela statua der Moro
C'arivorta la panza a Sant'Aggnesa?
Ebbè, una vorta una Siggnora ingresa
La voleva dar Papa a ppeso d'oro.

Ma er Zanto Padre e tutto er Conciastoro,
Sapenno che quer marmoro, de spesa,
Costava più zecchini che nun pesa,
Senza nemmanco valutà er lavoro;

Je fece arrepricà dar Zenatore
Come e quarmente nun voleva venne
Una funtana de quer gran valore.

E quell'ingresa che ppoteva spenne,
Dicheno che ce morze de dolore:
Luciattei requia e scant'in pace ammenne.

Una minoranza di studiosi vede nell’opera del Belli un carattere di poesia minore, personalistica, ad usi familiari, ma la maggioranza vi riconosce invece il registro storico di una fase culturale popolare, un secolo prima che l'esigenza di catalogare e studiare (e prima ancora, di raccogliere) gli elementi espressivi dei ceti bassi, certamente quelli anche proverbiali, divenisse sentimento diffuso.
Il corpo dei sonetti raggiunge inoltre anche un obiettivo non secondario delle opere letterarie, che è il piacere della lettura, agevolato dalla costante ed intrigante trasparenza del personale diletto dell'Autore nella sua estensione.

ER PAPA NOVO - (Roma, 26 novembre 1832)

Stavo ggiusto ar pilastro der cancello
Der cuartiere a cciarlà cco lo scozzone,
In ner mentre smuronno er finestrone,
E sbusciò er Cardinale cor cartello.

E io sò stato stammatina cuello
Ch'è entrato er primo drento in ner portone
Cuanno er Papa saliva in carrozzone,
E l'ho arivisto poi sott'a Ccastello.

Poi sò ccurzo a Ssampietro; ma le ggente
Eremo tante in chiesa, bbuggiaralle,
Che de funzione nun ne so ddì ggnente.

n cuanto sia portallo su le spalle
L'ho vvisto, ma vvolevo puramente
Vedé ccome je bbrusceno le palle.

Il Belli di fatto componeva un'opera moralisteggiante, senza uso dei limiti e senza rispetto delle inibizioni "morali" della letteratura ufficiale, per di più con l'aggravante di essere egli stesso censore ufficiale dell'arte per ragioni di pubblica moralità.
Per lungo tempo non si è riconosciuta all’opra del Belli un valore letterario fino a quando (nella seconda metà del Novecento la cultura ufficiale non prese atto, restituendolo come nozione, che presso il popolo erano in uso il turpiloquio e la semplificazione in senso materiale delle tematiche riguardanti la religione (il "Timor di Dio"), il pudoresessuale ed altri argomenti di pari delicatezza.

ER CONFESSORE - (G. G. Belli- Roma, 11 dicembre 1832)
Padre... - Dite il confiteor. - L'ho ddetto. -
L'atto di contrizione? - Ggià l'ho ffatto. -
Avanti dunque. - Ho ddetto cazzo-matto
A mmi' marito, e jj'ho arzato un grossetto. -

Poi? – Pe una pila che mme róppe er gatto
Je disse for de mé: "Ssi' mmaledetto";
E’ ccratura de Ddio! - C'è altro?
- Tratto Un giuvenotto e cce sò ita a lletto. -

E llì ccosa è ssuccesso? - Un po' de tutto. -
Cioè? Sempre, m'immagino, pel dritto.
Puro a rriverzo... - Oh che peccato brutto!

Dunque, in causa di questo giovanotto,
Tornate, figlia, con cuore trafitto,
Domani, a casa mia, verso le otto.


Pietro Ghibellini riunisce tutti i sonetti biblici del Belli nela “Bibbia del Belli”

ER GIORNO DER GIUDIZZIO

Cuattro angioloni co le tromme in bocca
Se metteranno uno pe ccantone
A ssonà: poi co ttanto de voscione
Cominceranno a ddì: "Ffora a cchi ttocca."
Allora vierà ssù una filastrocca
De schertri da la terra a ppecorone,
Pe rripijjà ffigura de perzone,
Come purcini attorno de la bbiocca.
E sta bbiocca sarà Ddio bbenedetto,
Che ne farà du' parte, bbianca, e nnera:
Una pe annà in cantina, una sur tetto.
All'urtimo usscirà 'na sonajjera
D'angioli, e, ccome si ss'annassi a lletto,
Smorzeranno li lumi, e bbona sera.
25 novembre 1831                                 Der medemo

Giuseppe Giachino Belli morì nel 1863 a causa di un colpo apoplettico, avendo disposto nel testamento che tutte le sue opere venissero bruciate, ma il figlio decise di non rispettare la volontà paterna, consentendo invece che fossero conosciute.
Da una parte ovviamente ci dispiace ma dall’altra è stato meglio così…
Il nostro omaggio al Belli è giunto al termine. Voi che state qua, Romani e non Romani, quando capitate dalle parti di piazza Sonnino, pijateve ‘na grattachecca e passate a dà ‘’no sguardo al monumento del Belli… de sicuro je farà piacere e puro a noi perché vordì che armeno un pizzico de quello che stamo a fa pè nun scordasse della bellezza de Roma e della curtura romanesca, semo riusciti a fallo!

 
Trilussa (Roma, 1871 - 1950)


Trilussa, ovvero Carlo Alberto Salustri (Trilussa è l’anagramma del cognome), nacque a Roma, nella centralissima via del Babbuino, nel 1871.
Dopo un'infanzia poverissima (a tre anni era rimasto orfano del padre), compì studi irregolari e debuttò giovanissimo (1887), con poesiole romanesche, su Il Rugantino di Luigi Zanazzo.
Il primo volume di versi,Le Stelle de Roma (1889) provocò l’ammirazione di molte persone compresi poeti romani già in voga; poi la sua vena, prevalentemente satirica, andò via via affinandosi, trovando la misura più congeniale nella satira di costume e nella favola moraleggiante sullo stile di Esopo: Quaranta sonetti (1895), Favole romanesche (1900), Caffè concerto (1901), Er serrajo (1903), Ommini e bestie (1908),Le storie (1915), Lupi e agnelli (1919), Le cose (1922), La gente (1927) e molte altre.
Ben presto le sue opere lo resero un personaggio popolarissimo ma durante la sua vita fu quasi sempre assillato da problemi economici, mantenendosi con i proventi editoriali e le collaborazioni giornalistiche; era anche un efficace dicitore dei suoi versi, e come lettore di poesia fece lunghe tournée in Italia e all'estero.
Nel 1922 la Mondadori iniziò la pubblicazione di tutte le sue raccolte.
Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nominò Trilussa senatore a vita il 1° dicembre 1950, venti giorni prima che morisse; già da tempo malato, e presago della fine imminente, ma con immutata ironia, il poeta commentò: "M'hanno nominato senatore a morte".
Con un linguaggio arguto, appena increspato dal dialetto borghese, Trilussa ha commentato circa cinquant'anni di cronaca romana e italiana, dall'età giolittiana agli anni del fascismo e a quelli del dopoguerra. La corruzione dei politici, il fanatismo dei gerarchi, gli intrallazzi dei potenti sono alcuni dei suoi bersagli preferiti. Ma la satira politica e sociale, condotta d'altronde con un certo scetticismo qualunquistico, non è l'unico motivo ispiratore della poesia trilussiana: frequenti sono i momenti di crepuscolare malinconia, la riflessione sconsolata, qua e là corretta dai guizzi dell'ironia, sugli amori che appassiscono, sulla solitudine che rende amara e vuota la vecchiaia. Trilussa fu il terzo grande poeta dialettale romano comparso sulla scena dall'Ottocento in poi: se Belli con il suo realismo espressivo prese a piene mani la lingua degli strati più popolari per farla confluire in brevi icastici sonetti, invece Pascarella propose la lingua del popolano dell'Italia Unita che aspira alla cultura e al ceto borghese inserita in un respiro narrativo più ampio.
Infine Trilussa ideò un linguaggio ancora più prossimo all'italiano nel tentativo di portare il vernacolo del Belli verso l'alto. Trilussa alla Roma popolana sostituì quella borghese, alla satira storica l'umorismo della cronaca quotidiana.
Roma Nostra, che tanto punta sulla rivalutazione della nostra tradizione culturale partendo dai suoi padri, ha deciso di confezionare un elegante libro dedicato a Trillussa, proponendo quaranta componimenti scelti tra tutta la sua produzione poetica, che rappresentano ogni forma e struttura da lui  utilizzata; si va quindi dalle favole ai componimenti in sestine, in cinquine e in quartine, fino ad arrivare chiaramente al sonetto. Roma Nostra spera, così, di creare un’occasione per incentivare la lettura della poesia trilussiana utilizzando un formato ampio e come già detto elegante, che possa diventare un libro da collezione per gli appassionati e un facile approccio per i meno preparati, che così potranno essere facilmente abbagliati dalla grandezza del nostro poeta. Vi invitiamo così a visitare gli stand che Roma Nostra allestirà nel periodo natalizio e che sono riportati alla pagina eventi, per trovare magari lo spunto per uno splendido regalo come potrebbe essere :”TRILUSSA ,FAVOLE, POESIE E SONETTI”.
Vogliamo chiudere questa pagina dedicata  a Trilussa con tre suoi componimenti che esulano dalla satira di costume che identifica l’opera del poeta, ma che dimostrano quanto possa essere profondo  e quanto i suoi sentimenti appartengano al popolo romano, un popolo che,come insegna la storia, non piange davanti a niente, ma bensì legge la vita sempre con  una vena ironica, magari amara, ma pur sempre ironica.

LA  FELICITA'

C'è un'ape che se posa
su un bocciolo de rosa:
lo succhia e se ne va...
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

FAVOLE

Pe’ conto mio, la favola più corta
è quella che se chiama gioventù,
perché c’era una vorta
e adesso nun c’è più.

E la più lunga è quella de la vita,
la sento raccontà da che sto ar monno
e un giorno forse cascherò dar sonno
prima che sia finita.

 

La strada mia  

La strada è lunga, ma er deppiù l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.

Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia.

Dopo la bellezza di questi versi, che altro c’è più da dire.

Cesare Pascarella


Cesare Pascarella nasce a Roma il 28 Aprile del 1858 e scompare nel Maggio del 1940.
Cesare Pascarella è uno dei poeti dialettali romani di maggior livello.
Il suo nome, tuttavia, è assai meno famoso di quelli di Belli e Trilussa, persino fra la stessa gente di Roma.
A questo ha forse contribuito in parte il fatto che il numero delle sue opere è senz'altro minore rispetto al patrimonio artistico lasciatoci dai due poeti anzidetti.
I soggetti preferiti da Pascarella per i suoi sonetti sono soprattutto la storia italiana e il vissuto quotidiano di Roma.
Tra le opere più importanti  oltre “La scoperta de l’America”, ricordiamo “Er Morto de Campagna”, “ La Serenata” (1883), “Villa Gloria" (1886) e “Storia Nostra”, opera incompiuta che fu pubblicata nel 1961 e di cui riportiamo il primo celebre sonetto; sonetto che è la struttura poetica con cui Pascarella compone le sue opere.
Quelli? Ma quelli, amico, ereno gente
Che prima de fa' un passo ce pensaveno.
Dunque, si er posto nun era eccellente,
Che te credi che ce la fabbricaveno?
A queli tempi lì nun c'era gnente;
Dunque, me capirai, la cominciaveno:
Qualunque posto j'era indiferente,
La poteveno fa' dovunque annaveno.
La poteveno fa' pure a Milano,
O in qualunqu'antro sito de lì intorno,
Magara più vicino o più lontano.
Poteveno; ma intanto la morale
Fu che Roma, si te la fabbricorno,
La fabbricorno qui. Ma è naturale

Non a caso abbiamo riportato il primo sonetto di questa’opera di Pascarella, perché l’ ironia che ne scaturisce, è molto simile a quella del sonetto con cui si chiude “La Scoperta de l’America” altra grande opera del poeta che Roma Nostra ha confezionato con un libro elegante così da conferirgli quel tocco di solennità che merita e che non ha, visto la difficile reperibilità dell’opera nelle librerie o la magra cornice che gli viene dedicata nelle scarse edizioni dedicate al poeta, in cui si trova un po’ di tutto, come se fosse una semplice raccolta di sonetti. “La Scoperta De L’ America”, è una bellissima opera che affronta con arguzia, ironia e sorprendente precisione  un importantissimo momento storico e adesso Roma Nostra da la possibilità di trovarla in modo da poter collezionare una delle più belle opere in romanesco o magari fare un bel regalo di Natale ad un genitore nostalgico. Ma torniamo al succitato sonetto con cui si conclude l’opera:

Cusì Colombo. Lui cor suo volere,
Seppe convince l'ignoranza artrui.
E come ce 'rivò! Cor suo pensiere!
Ècchela si com'è... Dunque, percui

Risemo sempre lì... Famme er piacere:
Lui perchè la scoprì? Perché era lui.
Si invece fosse stato un forestiere
Che ce scopriva? Li mortacci sui!

Quello invece t'inventa l'incredibbile:
Che si poi quello avesse avuto appoggi,
Ma quello avrebbe fatto l'impossibbile.

Si ci aveva l'ordegni de marina
Che se troveno adesso ar giorno d'oggi,
Ma quello ne scopriva 'na ventina!


L'altro spunto preferito da Pascarella, invece, è la descrizione fedele dei fatti della vita cittadina di tutti i giorni. Pur essendo un soggetto comune anche alla poesia di Belli e di Trilussa, ci sono notevoli differenze fra i sonetti di questi tre poeti.
Belli, senza dubbio, voleva che i suoi spaccati di Roma fossero una satira pungente, tanto contro le classi dominanti del suo tempo che contro il popolino, usando a tale scopo un linguaggio molto crudo, per creare stridenti contrasti, spesso mascherati da fatti e circostanze umoristiche; anche Trilussa, pur usando uno stile assai più pacato, non rinuncia mai al suo senso dell'umorismo, persino nei sonetti ad impronta più lirica, per sottolineare i difetti umani.
Ciò che Pascarella fa, invece, è di descrivere i fatti come sono, senza alcun tipo di valutazione morale o commento personale, quasi fosse un moderno reporter che, scattando una fotografia, fissi fedelmente l'attimo, con risultati di incredibile realismo. Con un po' di immaginazione, la lettura di Pascarella riporta in vita le atmosfere più autentiche delle strade e dei vicoli della Roma di fine secolo.
Chiudiamo infatti con un sonetto che racconta uno scampolo di vita romana, dove l’osteria era teatro di vitata spesso anche di morte:

C’E’ SCAPPATO L’AMMAZZATO

Se so menati, lì da Panzanera,
Peppe Zannola e enico l’allocco.
Menico entrò, je disse:Bonasera.
E lui rimase fermo come ‘n ciocco.

Menico diventò come la cera
Et izzo fatto sfoderò lo stocco.
Peppe diede de piccio a ‘na staderaù
E sonava batoste cor pitocco.

Ma ci arlevò ‘na botta ner costato,
Che fece mezzo giro, strilò:Aiuto,
M’ammazzeno!..E cascò morto gelato.

Mo Menico sta già dar costituto,
Peppe sta a San Lorenzo sotterrato,
Tutto ‘stò scenufreggio pe’’n saluto.


Giggi Zanazzo


Giggi Zanazzo è l'autore grazie al quale, oggi la maggior parte delle cose della Roma ottocentesca, sono arrivate fino a noi..
Poeta ma soprattutto esperto di costume, Zanazo  è nato a Roma nel 1860, e morto sempre a Roma nel 1911.
La sua poesia, il cui dialetto rimaneva fedele a quello del popolo e quindi a quello utilizzato da Giaocchino Belli , veniva oscurata da Pascarella e Trilussa in particolare, che decisero di elevare il dialetto nelle poesie, rendendolo più comprensibile e simile al’italiano, anche perché meglio del Belli non si poteva fare. ma anche qui scaturisce un la to delizioso del nostro Zanazzo, che ammetteva senza invidia la superiorità del Belli, e dato il carattere spesso da prime donne dei poeti ce ne vuole ! Infatti la sua produzione migliore, fù in prosa, ed oltre alla grande quantita di notizie che è riuscito a riportare, essendo libero dai vincoli della metrica, le sue descrizioni e i racconti , erano molto precisi  e ricchi di particolari.
Ecco che   nel 1906 pubblicò Novelle, favole e leggende romanesche, e solo un anno dopo il titolo per il quale viene maggiornente ricordato, Usi, Costumi e Pregiudizi del popolo di Roma. In quest'ultima opera Zanazzo riportò una quantità di costumi locali, giochi, credenze popolari, rimedi tradizionali per molte malattie, indovinelli, giochi di parole, le varie grida dei venditori ambulanti e di mercato di Roma, e dedicò persino un breve capitolo al dialetto giudaico-romanesco.
Precedentemente  1887 fondò una rivista letteraria dialettale chiamata Rugantino, dal nome della famosa maschera della Commedia dell'Arte, ispirata al tipico popolano romano. Negli stessi anni Zanazzo compose anche un certo numero di opere teatrali in dialetto.
Ma nello stile di Roma Nostra, non ci dilunghiamo sulle fasi dela vita e dle opere, ma cerchiamo di conoscere il personaggio Zanazzo, attraverso alcuni suoi scritti:
Confesso il vero, mentre una trentina d'anni fa li raccoglievo, , non immaginavo che un giorno mi sarebbero serviti a qualche cosa. (...) In tali occasioni non di rado mi accadeva di udire ora il pregiudizio, ora il rimedio simpatico, ora la leggenda... ora una cosa, ora un'altra, di cui subito pigliavo nota; ma, ripeto, facevo ciò per semplice curiosità, e anche per quella vivissima passione che avevo ed ho per le cose che col popolo hanno attinenza. Tanto ero lontano in quel tempo dall'idea che siffatto materiale potesse interessare, all'infuori di me, altra persona; ed anche perché ignoravo che già dotti ed illustri scienziati (...) attendevano con amorevoli cure a salvare dalle ingiurie del tempo questi documenti intimi della psicologia di un popolo.
Ma secondo il nostro misero parere, Zanazzo, quella psicologia che aveva riportato attraverso tantissimi frammenti e che tanto aveva osservato compiaciuto, era parte di lui. Quel sentimento o quell’insieme di valori, che si racchiudono nella parola romanità, lui li ha ben radicati e ve lo dimostriamo attraverso alcune cose gustosissime, da lui scritte.
Proprio leggendo la sua opera “TRADIZIONI POPOLARI ROMANE”, abbiamo riscoperto una deliziosa dedica, fatta dal nostro poeta, ad un certo Alfredo Baccelli, deputato al Parlamento.
Così scrive:

Carissimo compare,
S’in sto momento fussivo stato Ministro de’Re,
nun me sarebbe mai azzardato  de mette su sto
libbro e’ riverito nome vostro, pe’ nun dà corda
a la ggente, speciarmente a quella che nun sa
che io nun auso a ggrattà le schine co’la gobba,
de dì che v’ho ffatto ‘ sta finezza pe’ lleccave
magara le zampe. mentre io , e voi ce lo sapete,
lo faccio non sortanto pe’ favve vede quanto ve
so’ disubbrigato e quanto ve vojo bbene, ma an-
che quanto v’arimiro sii come poeta, che ccome
alletterato de cartello.
A vvoi, romano, poi, sta robba, sibbè che sii
piena  de maje cascate, ve deve annà a ffaciolo
ppiù che a chiunqu’ antro.
Spero dunque che l’aggradirete, la scuserete e
che cor un bacione spacchente m’avrete p’ er
vostro svisceratissimo

Compare e amico
GIGGI ZANAZZO

Che splendida dimostrazione di quel che vuol dire , essere romano. Lo stesso orgoglio che trasuda tra le righe di alcuni componimenti in prosa come questo:

E’ Romano de Roma - (Giggi Zanazzo)
Er vero romano de Roma è strafottentissimo, e se ne... sgrulla artissimamente fino (e ppuro un po' ppiù ssu), de li sette cèli!
Nun pò ssoffrì la lègge: tutto quello che sà d'ubbidienza nu' lo pò ignotte.
Chi jé la fa jé la scónta: quanno ariceve quarch'affronto, sé vô aripagà dda sé: nun vô impiccioni de mezzo: ni cherubbigneri, ni tribhbunali
A la giustizia, e ha millanta raggione, nun ce crede!
Er vero Romano de Roma, puro adesso com’ar tempo der Papa, indifficirmente diventa qualcheduno, sia in der Governo sia inde l’uffici. Vedete ‘n po’ si v’ariesce de trovà u’rromano che sia diventato ‘n pezzo grosso ind’un Ministero! Manco pe’ gnente!
E ssi cc'è è raro come le mosche bbianche, e è segno che quer tale, si cc'è arivato, nun è proprio romano de Roma de venti generazzioni, nun è ccome semo noi, sangue d'Enea!

Con l’augurio di avere incuriosito i lettori ad andare alla scoperta di un grande poeta romano, chiudiamo quest’alra breve ma intensa pagina di Roma Nostra.